In
un tempo lontano ormai più di diecimila, ventimila anni, alla foce del
grande fiume che già da allora attraversava la pianura padana, dai monti
fino al mare, il fiume grande e placido che gli antichi chiamavano
Eridano, e i più recenti abitanti della pianura Po, alla foce del gran
fiume dunque c'era una immensa palude, così grande che arrivava ad
occupare gran parte di quella che adesso è diventata pianura. La
palude era grande e bellissima, come tutto era bello nel mattino del
mondo. L'acqua era chiara, di un indescrivibile colore verde-azzurro, là
dove spuntavano le leggere canne sottili dei giunchi a migliaia, docili
al vento come enormi ventagli mormoranti di dee sontuosamente
abbigliate. Più scura era invece l'acqua, là dove affioravano i grandi
fiori di loto, gli enormi petali bianco-rosati posati sull'acqua placida
che immobile rifletteva il verde delle canne e l'oro del sole. Si
diceva che i fiori di loto proteggessero i regni delle fate delle acque,
che si nascondevano proprio sotto le grandi corolle, ma a nessun essere
vivente era dato vederli, e comunque nessuno che si credeva li avesse
visitati era mai tornato per raccontarne. Perché i regni delle fate
possono svelarsi dovunque, all'improvviso, luminosi di promesse di
gioia, e sparire altrettanto improvvisamente, lasciando un vuoto buio di
incolmabile rimpianto. Si può morire di nostalgia, struggendosi per il
desiderio di quel mondo perduto. Si può impiegare il resto della vita
nella ricerca vana di qualcosa che forse non esiste, immaginata sempre
un filo al di là dell'orizzonte, sempre un pelo sotto la limpida acqua
di un lago, alla fine delle dune che si inseguono in un deserto, appena
dopo la svolta di un sentiero nella foresta, quando già sembra di
sentire le risate argentine degli esseri fatati confuse col canto degli
uccelli. Si, può essere davvero pericoloso, per la quiete della propria anima, anche solo intravedere il mondo delle fate. Gli
uomini che vivevano nei villaggi sparsi ai limiti della grande palude
sapevano tutto questo, al modo che un tempo gli uomini sapevano le cose,
essendo tra loro in sintonia tutti gli esseri del creato; affrontavano
quindi la grande palude con prudenza e rispetto, e ne avevano un poco
timore, pur ammirandone la variegata bellezza e pur traendo da essa il
proprio sostentamento; si cibavano infatti dei pesci della palude, e ne
cacciavano le molte specie di uccelli: anatre e folaghe durante
l'autunno, ed aironi, e gallinelle d'acqua: con le canne e coi giunchi,
poi, costruivano le loro abitazioni e le barche con le quali scivolavano
sull'acqua quieta, e con gli splendidi boccioli dei fiori di loto le
loro donne si adornavano i capelli. In uno di questi villaggi viveva
una giovane vedova, con un bambino nato da poco, ed il fratello un poco
più giovane di lei, fiero e indomabile come un guerriero barbaro, invece
del povero pescatore che era. IL giovane amava andarsene per la palude,
ed amava anche i rischi che questo comportava, più che temerli. Con la
sua barchetta leggera scivolava tra i giunchi, tuffandosi proprio là
dove erano più folti, perché aveva sentito raccontare dai vecchi che
talvolta, nei ciuffi più folti, si apriva una porta che conduceva ai
regni delle fate. Infine, un giorno in cui il meriggio sembrava
essersi allungato all'infinito, e la notte non sopravvenire mai, e al
giovane gli occhi bruciavano talmente per il luccichio del sole che non
riusciva più a distinguere la direzione che aveva preso, né riusciva a
comprendere dove era finito, e il sudore colava lungo il suo corpo fino a
trasformarlo in una statua di bronzo e il mondo intero sembrava tacere
in attesa, e non si udivano versi di anitra dall'ombra dei canneti, né
voli striduli di uccelli nel cielo, e tutto era verde, oro ed azzurro, e
silenzio, perché nemmeno la barca faceva rumore mentre scivolava verso
un gruppo più folto degli altri come se la direzione fosse decisa e
inevitabile, il mondo delle fate si spalancò davanti agli occhi del
ragazzo, all'improvviso. Egli comprese subito - sebbene non sapesse
spiegarsene il perché - che il luogo dove si trovava era fatato, e si
avvicinò al centro di quel luogo misterioso, dove, affioranti dalle
acque e quasi sospesi sopra di esse, si trovava un forziere colmo di
monete d'oro, ed accanto dormiva quieta, sdraiata su un comodo divano,
una fanciulla, i lunghi, lisci capelli scintillanti come oro filato e le
labbra piegate da un misterioso sorriso. Le fate, accorse in gran
numero lievi come farfalle, si raccolsero intorno al giovane con le
lucide ali dorate scosse da un fremito leggero e lo invitarono con le
ridenti voci argentine a scegliere uno dei due doni. IL forziere lo
avrebbe ovviamente reso ricco, con la bellissima giovinetta avrebbe
diviso una lunga vita felice di reciproco amore. IL giovane esitò, ma
solo per poco; pensò alla sorella, alla povera vita che lei viveva, al
bimbo nato da poco e che già conosceva il dolore, al fatto che di belle
donne il mondo era pieno e che, in fondo, all'amore lui non
credeva...... Scelse dunque il forziere e lasciò senza rimpianti quel
mondo incantato. Da quel giorno, la vita della famigliola cambiò
radicalmente, poiché le monete nel forziere sembravano non finire mai.
Per ognuna che se ne toglieva, un'altra misteriosamente compariva al suo
posto. La sorella era finalmente tranquilla e felice ed il suo bel
bambino cresceva forte e sano. IL fratello però, a mano a mano che il
tempo passava, si interessava sempre meno dell'accumularsi della
ricchezza, perché il suo unico pensiero era l'immagine della bellissima
fanciulla che non aveva svegliato. La dolce ossessione non lo
abbandonò più. Lui passava i suoi giorni scivolando sull'acqua con la
sua barchetta, sempre alla ricerca della caverna fatata, sempre sperando
che al prossimo ciuffo di giunchi, al prossimo colpo di remo si
riaprisse la porta che lo avrebbe condotto alla bella creatura che lo
aveva stregato. Finì per non tornare neanche più a casa a dormire, si
dimenticò di mangiare e di bere, e infine morì. Lo ritrovarono qualche
giorno più tardi, che sembrava addormentato, con la barchetta impigliata
in un ciuffo di giunchi più folto degli altri e sulle labbra un
misterioso sorriso. La sorella, che aveva compreso di essere stata in
parte la ragione della scelta che aveva portato alla morte il fratello
tanto amato, volle dare al bambino nato da poco il nome di "Giunchi", in
ricordo della storia dolce-amara che era all'origine della fortuna
della famiglia, che col tempo crebbe sempre più in importanza e
ricchezza. Le fate, però, non dimenticarono di punire la scelta priva
d'amore del giovinetto che le aveva, in un tempo lontano, trovate nella
grande palude e così tutti i primogeniti della famiglia vennero
condannati a non saper riconoscere l'amore, quando lo incontrano, e a
vivere senza conoscerne la felicità. La grande palude è ormai quasi sparita, col passare dei millenni. Però
una quindicina di chilometri prima di confluire nel Po, il fiume Mincio
forma la distesa lacustre che abbraccia da tre lati la città di
Mantova, e lì si possono trovare, sulla distesa d'acqua placida, ancora
ciuffi di giunchi e di canne che tremolano al vento, e, verso il finire
d'agosto, i fiori di loto che aprono a migliaia le grandi corolle
bianco-rosate. Qualche barchetta si avvicina cauta scivolando
sull'acqua quieta, ma nessuno osa addentrarsi fra la grande distesa dei
fiori sospesi sull'acqua più scura , anche se i rematori sorridono alle
domande indiscrete dei turisti curiosi, se sia vero che là sotto hanno
trovato l'ultimo rifugio i regni delle fate delle acque.
trovata nel web, autore a me sconosciuto
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